L’esca

Siamo usciti quando il sole stava calando nella valle del fiume pech, il nostro convoglio di MRAP (i nuovi pesanti ma blindatissimi mezzi dei militari americani) si è diretto verso un’area dove secondo fonti di intelligence c’era dei talebani pronti ad attaccare probabilmente un convoglio logistico civile. Non sarebbe stata una novità, già qualche giorno fa, c’era stato un attacco del genere. Con il plotone di fanteria meccanizzata con cui siamo “embed”, eravamo proprio sul luogo di quella prima imboscata notturna, condotta con una lunga preparazione dall’alto di un costone roccioso contro un bersaglio facile: un convoglio di rifornimenti, scortato da guardie di sicurezza afghane, attrezzate per fermare banditi non guerriglieri.

Nel buio che si faceva sempre più denso, con un po’ di luce che colava lungo i profili di montagne alte oltre duemila metri, siamo arrivati nel punto più probabile dell’attacco, abbiamo atteso oltre un’ora e mezza in veicoli che l’aria condizionata rendeva sempre più gelidi, guardando la notte attraverso 2 centimetri di vetro blindato. Attendevamo come un’esca ma il topo non è arrivato. 

Abbiamo ripreso la strada per la base, pensado magari alla cena o una doccia per toglierci le solite due dita di polvere che il sudore, il giubotto, l’elmetto ti incollano addosso quando è successo tutto in un attimo. La traiettoria dell’rpg ha sfiorato il mio mezzo, intanto (lo scoprirò dopo) un altro razzo aveva già colpito il mezzo che ci precedeva e sul quale viaggiava il collega del Tg3, il telecineoperatore Gianfranco Botta. Colpi di mitragliatrice, esplosioni, bestemmie coperte dal rombo del motore e della ventilazione dell’MRAP. Dal finestrino posteriore ho visto la traiettoria rossa, lentissima ma interminabile dell’rpg che si schiantava su un’altro mezzo. Ho temuto per i mitraglieri, qui ne è morto uno in circostanze analoghe (imboscata diurna nei campi di granoturco, ormai alto due metri) proprio una settimana fa. I mezzi erano tutti interni o meglio potevano continuare a marciare ci siamo tirati fuori da quella che poteva essere…beh…non voglio nemmeno dirlo. Alla base siamo tutti saltati fuori dai mezzi, nel buio con le torce i soldati scrutavano le blindature, per capire quanto fossero danneggiati, insomma c’era bisogno di tornare fuori subito. Impossibile, nonostante i meccanici si fossero messi al lavoro subito solo la mattina dopo avremmo capito quanti colpi ci fossero piovuti addosso. Ruote bucate, radiatore centrato, freni saltati, vetri scheggiati al limite della tenuta, armature trapassate. Nella notte ci siamo cercati tutti, io e Gianfranco, ma anche i soldati, nel visore notturno della camera ho visto la gioia di chi conosce troppo bene le armi per non poter non sapere quanto si è rischiato. Tutti illesi, per fortuna.

E’ a quel punto che l’attacco è diventato aereo. I mortai della base hanno sparato un centinaio di colpi, tra illuminanti che hanno rischiarato a giorno le montagne, fosforo bianco che ha bruciato parte della collina e poi esplosivi a valanga. Da una base distante diversi chilometri è piovuto un palladin, un proiettile di artiglieria sparato da un cannone ma a guida gps e poi mentre partivano anche dei missili tow a ricerca di calore sono arrivati due jet che con bombe Gbu-38 hanno chiuso la partita. Almeno 9, forse 13 i talebani uccisi, al prezzo del prodotto interno lordo probabilmente dell’intera provincia di Kunar. Il conflitto nell’Afghanistan orientale va avanti così, episodi che solo poche volte sono testimoniati da giornalisti, da coloro che possono raccontarli e far sì che a casa si capisca quanto difficile, insidiosa e spesso incomprensibile sia la guerra qua giù. Una guerra che nessuna soluzione “solo-militare” potrà mai concludere.

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