Ritorno a Kunar

L’onda di terra e sassi sollevata dallo chinook in atterraggio, nella notte di jalalabad, si porta via la paura dello “space a”, in gergo militare la lista d’attesa che può signigficare anche giorni persi in una grande base, mentre lassù tra le montagne le operazioni vanno avanti. Tra luci chimiche, visori notturni e il turbinio della polvere afghana saliamo a bordo. Sono il più vicino al portellone di coda, aperto, sotto di me vedo scorrere la provincia di Nangharar, la sua piana fertile, illuminata da una luna piena così forte che ormai nell’inquinato occidente non possiamo più nemmeno sognare. In un panorama di chiaroscuri, spuntano come code di drago e rugose schiene di elefante. Riconosco queste montagne, nella notte, stiamo volando verso la valle del fiume pech. Mi sento come a “casa”, tornare è un privilegio nonostante la situazione sia difficile: condizioni di vita dure, combattimenti e attacchi continui. L’elicottero atterra, vedo le sagome dei soldati afghani e americani che aspettano di imbarcarsi poco distante, mi giro e le pale dell’elicottero fanno scintille macinando la spessa polvere afghana. Sono di nuovo qui, sono tornato nella provincia di Kunar diciotto mesi dopo.

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