Il tabù dei talebani uccisi

Nell’edizione delle 19 del Tg3 di oggi è andata in onda un’intervista al Generale Rosario Castellano, il comandante della Folgore nonchè comandante dell’Rc-West, il quadrante nord-occidentale della missione Isaf in Afghanistan. L’ho girata alcuni giorni fa ad Herat, con il collega Mario Rossi. Potrei sbagliarmi, ma sono quasi sicuro che è la prima intervista in assoluto in cui un alto ufficiale italiano affronta il tema dei talebani uccisi in Afghanistan da truppe italiane. Ad una mia precisa domanda sul punto, Castellano ha risposto “parecchi, parecchi” pur senza fornire numeri precisi. Un’affermazione (senza compiacimento) seguita da una puntualizzazione, ovvero quella che l’obiettivo non è ammazzare talebani in quantità ma raggiungere obiettivi strategici (per esempio, eliminare un capo talebano in maniera tale che la popolazione locale si senta più libera).

Mi sembra si tratti di un fatto (l’intervista su questo tema) da rimarcare perchè rompe un tabù e segna un progresso nella trasparenza sulla missione italiana in Afghanistan. Anche l’anno scorso (per esempio a Sorobi ma anche nella parte occidentale del paese) sono stati uccisi talebani vuoi da azioni degli elicotteri d’attacco Mangusta, vuoi durante vere e proprie battaglie. Quest’anno (con riferimento alla battaglia di Bala Morghab a giugno) è stato emesso quello che, a mia memoria, è il primo comunicato ufficiale nel quale si parlava di: “In a three-hour action, ANA forces supported by ISAF killed and wounded a significant number of insurgents near Bala Murghab valley”. Un “numero significativo” che poi si saprà (informalmente) essere pari ad oltre novanta vittime.

Gli americani, per esempio, hanno una contabilità molto attenta delle perdite inflitte al nemico. Gli italiani spesso (ed è una novità dell’ultimo anno dopo il silenzio di quelli precedenti) si limitano ad usare termini come “neutralizzato” od “eliminato” in riferimento ai ribelli. Non vorrei essere frainteso (parlando di questioni militari è un rischio che si corre spesso) non sto dicendo che bisogna vantarsi delle vittime lasciate sul terreno ma da giornalista ritengo che, soprattutto in una situazione come quella afghana dove non è consentito seguire le truppe italiane in “embed”, quanta più trasparenza si raggiunge in termini “fattuali” sugli episodi di combattimento meglio è.  Meglio per l’opinione pubblica, meglio per il mondo politico, meglio per gli stessi militari. Meglio per l’informazione come valore indispensabile di una democrazia affinchè ognuno possa farsi la propria idea e giudicare quello che sta succedendo davvero in Afghanistan.

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