Giornalisti e talebani

A raccontare i dettagli della fuga, è stato Tahir Ludin, il producer afghano che aveva promesso a David Rhode del New York Times di portarlo ad un’intervista con un capo talebano nella provincia di Logar, Abu Tayeb. Un’operazione riuscita due volte a Ludin, con altri giornalisti occidentali, non la terza, è così che il dieci novembre scorso Ludin e Rhode, assieme al loro autista, sono stati rapiti. Uno dei più lunghi sequestri di giornalisti nel paese, in tempi recenti, ben sette mesi conclusisi in maniera rocambolesca.

I sequestrati
(mentre calava, volutamente il silenzio sulla loro vicenda, mai resa nota dal Times) sono stati trasportati e tenuti prigionieri in Pakistan, nella regione tribale del Waziristan, sarebbero riusciti a fuggire come in un film stando a quanto racconta Ludin (Rhode non ha ancora raccontato la sua versione, nello stile del personaggio). Dopo mesi di pianificazione, il “furto” di una corda e una lunghissima partita (forse) a backgamon (per assicurarsi che i carcerieri, poi, dormissero profondamente), i due sono riusciti a calarsi dal terrazzo della casa dov’erano prigiornieri per raggiungere in una quindicina di minuti una caserma dei Ranger pakistan che quasi li prendevano per attentatori suicidi.

La storia, che si associa a quella della reporter della CBC canadese rapita a Kabul e tenuta in ostaggio per un mese l’inverno scorso ma anche a quella degli italiani Gabriele Torsello e Daniele Mastrogiacomo, ancora una volta mette in evidenza come ormai in Afghanistan sia pressochè impossibile raccontare l’ “altro lato della storia” ovvero la versione talebana e quantomeno la versione della popolazione (sarebbe per esempio molto interessarla conoscerla nell’area di Bala Morghab dove sono impegnate le truppe italiane).
Per capire bene le difficoltà di un reportage che assuma non solo la prospettiva occidentale nelle aree più critiche (senza dimenticare che se Ludin e Rhode sono liberi, non si sa nulla del destino del loro autista) basta rileggere il grande reportage di Nir Rosen “How we lost the war we won” pubblicato nell’autunno scorso da Rolling Stones (reportage per scrivere il quale, si ritrova quasi rapito da fazione talebane rivali). Le telefonate ai capi talebani, a cui fanno ampiamente ricorso le agenzie internazionali a Kabul, sono un espediente utile ma parziale (per esempio non si è mai sicuri dell’identità e delle condizioni dell’intervistato), come del resto emerge da questa riflessione dei giornalisti della Cnn dopo la pubblicazione di una telefonata del genere.

I talebani sono sempre più una guerriglia frammentata, diffusa sul territorio, spesso nata da specificità locali piuttosto che da una strategia o da un’ideologia complessiva, in altre parole non in grado di garantire ad un giornalista straniero un vero lasciapassare. E’ uno dei più grandi limiti dell’informazione sull’Afghanistan.

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