La prima vittima civile “italiana”

Il suo nome non lo consciamo, l’età (13 anni) ci sembra essere un’approssimazione come sempre accade in Afghanistan dove non si festeggiano i compleanni nè esiste qualcosa che assomigli all’anagrafe. Di certo la bambina o la giovanissima adolescente afghana uccisa oggi da un colpo deliberatamente sparato dalle truppe italiane è la prima vittima civile attribuibile al nostro contingente. La dinamica dell’incidente verrà chiarita ulteriormente dall’inchiesta aperta dalla procura militare ma già al momento appare chiaro che si tratta dell’ennesimo episodio di quello che l’Isaf definisce “escalation of force”. Un tragico incidente che in sè contiene tutte le contraddizioni della situazione militare nell’Afghanistan di oggi.

La toyota Corolla station wagon, bianca (nel modello di un bel po’ di anni fa) è l’auto preferita dagli attentatori suicidi semplicemente perchè (come la famigerata “Uno bianca” italiana) è l’auto più popolare del Paese e quindi più facilmente mimetizzabile. Incalcolabile il numero dei “security warning” che si riferiscono ad un tagiko che guida una Corolla (fare attenzione a…), tanti quelli diffusi quanto esilaranti proprio per la loro genericità…è come dire fare attenzione a metà degli automobilisti afghani.

Ed è così che andava ad un matrimonio nella confinante provincia di Farah, proprio a bordo di una Corolla, la famiglia che oggi è sembrata condurre un attacco kamikaze ai militari italiani. Correvano (gli afghani non sanno farne a meno quando trovano finalmente un tratto di strada in buone condizioni) e non hanno seguito gli avvertimenti dei militari a bordo del convoglio (tre mezzi “lince”) che procedeva in direzione contraria, secondo il generale Castellano che sta guidando dall’aprile scorso l’Rc-West. Gli uomini a bordo – sempre secondo la ricostruzione ufficiale – hanno attuato tutte le procedure di segnalazione (compreso il “razzo” luminoso), poi gli spari del mitragliatore: tre colpi, uno doveva raggiungere il motore (parte della procedura) due di mero avvertimento. Invece è stata uccisa una bambina e feriti gli altri tre occupanti dell’auto, ovvero sua mamma, suo padre e suo zio che poi racconterà (era alla guida) di non aver visto il convoglio se non all’ultimo minuto per via della pioggia e della nebbiolina calata sull’area, nonostante fossero le undici di mattina e la primavera avanzata. Un’altra tragica coincidenza.

Non penso ci sia alcun mistero dietro questo episodio, l’inchiesta chiarirà se qualcuno ha sparato con troppa leggerezza, ma purtroppo la statistica ci dice qualcosa di ben peggiore. Ovvero che questi episodi con questa stessa dinamica sono frequentissimi in Afghanistan. Insomma che non si tratterebbe di un errore ma di eventi “fisiologici” al contesto!
L’ultimo è avvenuto il 29 aprile, nella provincia di Wardak; ucciso un motociclista afghano in circostanze analoghe. In altre parole è colpa della guerra afghana in sè, che qualcuno definisce cortesemente “asimmetrica”. In realtà è una guerra dove il nemico è invisibile e agisce su un territorio troppo grande e troppo “difficile” per essere davvero presidiato. Una guerra dove i civili continuano a pagare prezzi altissimi.


Teatro dell’incidente di oggi
la strada che collega Herat a Camp Arena e poi a Camp Stone fino alla porta “daziaria” della città. Un tratto di ring road tra quelli preferiti dai kamikaze, perchè qui vi transitano con grande frequenza i convogli militari e poi perchè è una strada in ottime condizioni dove, quindi, colpire ad alta velocità è molto più facile che altrove. Ogni volta che l’ho percorsa non ho potuto fare a meno di restare incantato dal panorama lunare (con i caldi colori dell’ocra e delle vene ferrose afghane), una forma di evasione dall’incombente pericolo di attacchi che gli autisti dei mezzi militari non si possono permettere. Proprio su questa strada nell’ottobre scorso il “conducente” di un lince era riuscito ad evitare l’impatto con un autobomba salvando diverse vite umane.  Stessa manovra salva-vita, quella compiuta a fine marzo sempre dall’autista di un lince ma nel travagliato distretto di Shindand (il più meridionale della provincia Herat).

Questi ultimi due episodi avevano visto coinvolti gli Omlt, proprio come accaduto oggi. Si tratta dell’Operation Mentoring Liason Team, ovvero di “consiglieri militari” che nel caso degli italiani addestrano il 207mo dell’esercito afghano, proprio a Camp Stone (Camp Zhafar, nella sua parte afghana). Si tratta della parte più esposta del nostro contingente perchè segue sul campo e in combattimento le truppe dell’Ana. In questo turno di missione sono per lo più composti da personale dei Ranger, gli alpini paracadutisti.

Ieri un’altra imboscata “silenziosa”. Tra l’altro, proprio gli Omlt italiani sono stati coinvolti ieri in un’imboscata di grandi dimensioni nella provincia di Baghdis.  Gli Omlt italiani erano con le truppe afghane e un convoglio di 28 mezzi dell’esercito spagnolo attaccati dalla guerriglia (l’area è sempre più una testa di ponte talebana nel nord, un tempo sicuro). Lo si scopre da questo articolo del quotidiano spagnolo El Pais ovvero da un comunicato del Ministero della Difesa spagnolo. Anche questo è l’Afghanistan, afflitto da un cronica “siccità” di notizie, che sarebbero invece utili a capire e magari utili anche a spiegare. Magari.

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