Soldi, consenso e “rotte”…L’Afghanistan di Obama

Consenso&Sondaggi. Dopo l’annuncio dell’aumento delle truppe americane in Afghanistan, l’emittente televisiva ABC e il quotidiano Washington Post hanno realizzato un sondaggio che, nei suoi esiti, appare emblematico (qui per scaricare il pdf con tutti i dati interessanti soprattutto le divisioni tra elettorati diversi). Tre quarti degli americani sostengono la scelta del presidente ma solo la metà dell’elettorato ritiene che valga la pena combattere questa guerra e che soprattutto che la guerra in Afghanistan sia necessaria per vincere quella contro il terrorismo.

Soldi. Duecento miliardi di dollari, la cifra che Obama dovrà chiedere al Congresso per le missioni militari, 75.5 miliardi serviranno al solo incremento delle truppe in Afghanistan.
“Rotte” logistiche. Dopo le voci diffusesi ieri, la conferma ufficiale dell’Uzbekistan delinea il nuovo quadro “settentrionale” nelle rotte per i rifornimenti alle truppe americane (Isaf e non) in Afghanistan, quello che rimette in gioco la Russia e la sua “area d’influenza”. Dopo l’ok del Tagikistan, anche l’ex-repubblica sovietica uzbeka ha dato il suo consenso al passaggio di convogli logistici che trasportano rifornimenti “non-letali”. Gli Stati Uniti fanno così la “pace” con gli uzbeki che li avevano messi alla porta nel 2005 (chiudendo una base di appoggio per le operazioni in Afghanistan) dopo le critiche per il mancato rispetto dei diritti umani e della democrazia, entrambe le parti sembrano aver “condonato” l’episodio nonostante niente sia cambiato in Uzbekistan. Un primo convoglio di rifornimenti – secondo l’agenzia RIA-Novosti – starebbe transitando nel paese dopo averlo raggiunto via terra dai porti lituani sul baltico. Gli Stati Uniti e la Nato ormai non possono più utilizzare la rotta natuarale verso l’Afghanistan (quella via Pakistan, a sud) ormai resa impraticabile dagli attacchi Talebani, è così che è tornato ad essere cruciale il versante nord del paese rilanciando il gioco la Russia che ha avuto anche un ruolo nella chiusura della base aerea di Manas in Kyrgyzstan (formalizzata dal parlamento del Paese nei giorni scorsi). Un’altra lettura della chiusura di questa base-chiave (da qui partono gli aere-cisterna per i rifornimenti in volo in Afghanistan) la offre l’ex-ambasciatore del Kyrgyzstan negli Usa in un’interessante analisi pubblicata su WP. In sintesi altre speranze prima alimentate poi lasciate cadere dall’amministrazine americana, eccone un passaggio:
Once the base was set up, I saw a fairly radical change in American attitudes. Before, Washington had consistently juggled a series of priorities — broadly speaking, they were security concerns, economic concerns, and advocacy of human rights and democracy. But once the base was established, it became clear that while other concerns might be voiced from time to time, only one thing really mattered: the air base. In the end, this shift served neither country’s interests.

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