Armi “smarrite” e lo spettro delle milizie locali

Come accaduto in Iraq, anche in Afghanistan si sono “perse” migliaia di armi destinate all’esercito (ANA) e alla polizia (ANP) che sono molto probabilmente finite nelle mani della guerriglia. Lo si scopre grazie al rapporto di una commissione governativa (statunitense) di controllo (qui per leggerlo in versione integrale). Per la precisione si è persa traccia di oltre 220mila armi, in prevalenza armi leggere ma anche mortai.

Della loro distribuzione era incaricato l’esercito americano (caricato dell’ennesimo compito non-combat, al quale evidentemente non era preparato).

 

Metto questa notiziainsieme  ad un’altra, quella della formazione delle milizie locali, che tante preoccupazioni sta scatenando in Afghanistan, perchè mi sembra evidenzi bene le insidie che si nascondono dietro la formazione di forze di sicurezza ufficiali, figuriamoci di quelli “informali”. L’idea della Afghan Public Protection Force, sostenuta e finanziata dagli americani (che si occuperanno di divise e di…armamento), è stata presentata qualche giorno fa dal Ministro degli Interni a Kabul. E’ evidentemente il tentativo di esportare in Afghanistan, il modello degli “awakening councils” iracheni che tanta parte hanno avuto, per esempio, nella stabilizzazione del “triangolo sunnita”. Un’idea non casualmente supportata per l’Afghanistan dal generale Petraeus che della strategia irachena è stato protagonista.

 

In un territorio vasto, orograficamente difficile e privo di infrastrutture di comunicazione come quello afghano, semplicemente, ci troppo pochi poliziotti e militari per difendere i villaggi e le zone rurali. Da qui l’idea di affidarsi a milizie locali, leggasi tribali che di per sè sono stanziali sul territorio. Perchè questa idea fa paura? Perchè le aree dove la sicurezza è più critica sono quelle dominate dall’etnia Pashtu (tra le cui fila è nato e si è radicato il movimento Talebano), armare milizie pashtu significherebbe creare le condizioni per una nuova guerra civile, lungo le faglie delle divisioni inter-etniche. Tra l’altro c’è da ricordare (i precedenti in questo articolo della BBC) che già i sovietici provarono a servirsi delle “arbakai” le milizie pashtu, a risultati inizialmente positivi seguirono poi effetti decisamente negativi.


L’Afghanistan è già di per sè, un paese già inondato di armi che – per orografia e condizioni generali – sono patrimonio di ogni famiglia e dove grazie ai profitti dell’oppio e alla vicinanza di fornitori (“imitatori” cinesi e pakistani) sempre più armi stanno arrivando negli ultimi anni. Immetterne di nuove in questo circuito significherebbe esporsi al rischio di ridare fiato ai signori della guerra e alla certezza di smentire i programmi di disarmo che l’Onu dopo il 2001 ha portato avanti faticosamente e grazie ai finanziamenti della comunita’ internazionale.

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