Obama e l’aumento di truppe in Afghanistan

Convoglio di rifornimento a Camp Fortess - Provincia di Kunar Afghanistan (foto np marzo 2008)
Convoglio di rifornimento a Camp Fortess - Provincia di Kunar Afghanistan (foto nico piro 03/2008)

Oggi volevo iniziare una riflessione (a puntate vista la complessità del tema) sull’aumento delle truppe americane in Afghanistan, già annunciato in campagna elettorale dal Presidente Obama; aumento che probabilmente (almeno entro l’anno) non sarà di 30mila unità come sin’ora previsto, sarà bensì più contenuto per i motivi logistici (necessità di allestire alloggi, campi, basi, linee di rifornimento, ecc. ecc.) imposti dal dispiegamento di un tale numero di unità, problemi complessi di per sè ma che si moltiplicano in un paese privo di infrastrutture e dal difficile terreno come l’Afghanistan. Mentre iniziavo a scrivere la nota che state leggendo ho visto l’anticipazione della Cnn (leggi qui) sull’annuncio imminente dell’invio di almeno 15mila uomini (tre brigate in più, presumibilmente una dell’esercito, una dei marines ed una di embedded trainer, addestratori e consiglieri militari per esercito e polizia afghani). L’annuncio dovrebbe arrivare tra poche ore, nella notte italiana, in largo anticipo rispetto alle previsioni ma in linea con lo stile di un Presidente che sta “riempiendo” di provvedimenti questi suoi primi giorni di lavoro.

Intanto per inquadrare la riflessione volevo ripubblicare su questo blog un articolo che ho scritto, all’indomani delle elezioni americane, per il sito dell’associazione articolo 21. Eccolo:

IL NUOVO PRESIDENTE E IL FRONTE AFGHANO

La dura strategia del nuovo “comandante in capo” per il fronte afghano ormai in bilico verso il disastro bellico e diplomatico.
Un fronte dove Obama metterà in gioco anche il consenso raccolto in questi mesi in tutto il mondo e i rapporti degli Stati Uniti con la comunità internazionale

Camp Fortress è una piccola base lungo la strada che collega la provincia di Nangaran a quella di Kunar. La chiamano “fortezza” perchè è costruita intorno ad una vecchio fortino ma anche perchè è spesso “assediata” dalla guerra, in questo lembo ad alto rischio d’Afghanistan orientale. Mi ha colpito vedere ieri nei circuiti internazionali un “feed” con le reazioni all’elezione di Obama dei militari americani che a Fortress vivono. Mi ha colpito perchè in quella base isolata sono stato nel marzo scorso, durante un lungo embed con le truppe Usa, e ricordo i commenti (a microfoni spenti) di molti soldati, coscienti di essere protagonisti di una guerra dimentica, la guerra in Afghanistan imparagonabile, per mezzi sul campo e attenzione mediatica, a quella in Iraq.

Mi ha colpito ugualmente il commento elettorale del regista Michael Moore, tra quelli che ha mobilitato la sua community web per sostenere Obama. Moore nel suo messaggio “Pinch me!” (ovvero: datemi un pizzicotto…per capire se sono sveglio o sto sognando) aggiunge tra i primati del neo-presidente, quello di essere stato eletto in quanto candidato anti-guerra in tempo di guerra. Ma è lo stesso Moore che poi aggiunge: “Spero Obama se lo ricordi visto che pensa di espandere la guerra in Afghanistan”. Tra i tanti disastri che Obama si troverà ad affrontare nel dopo-Bush (secondo alcuni il più grande aggregato di problemi che un presidente abbia mai affrontato nella storia: dal mega-deficit pubblico alla perdità di credibilità internazionale del suo Paese), dovrà metter mano allo scenario afghano che ormai è in bilico sul baratro. Se Obama considera un grave errore la guerra in Iraq (scelta che non ha sostenuto, al contrario di altri Democratici) ha idee molto chiare sull’Afghanistan, che probabilmente tra i suoi sostenitori di oggi (soprattutto europei) creeranno non pochi dissapori una volta attuate. Obama ha dichiarato più volte che “dobbiamo completare il lavoro (in Afghanistan) e per farlo dobbiamo avere più truppe per non dover solo bombardare villaggi ed uccidere civili, cosa che sta causando enormi problemi laggiù”.

Se Obama vuole un’exit-strategy dall’Iraq, allo stesso tempo vuole concentrare gli sforzi militari americani in Afghanistan aumentando le dimensioni di scala della guerra ed è deciso ad attaccare i santuari di Al Qaeda in Pakistan (con o senza il consenso del governo di Islamabad). Su entrambi i punti dimostra di conoscere bene una situazione che noi cronisti (che abbiamo la fortuna di lavorare in e sull’Afghanistan) vediamo ormai ripetersi come l’infinita replica di un musical stonato. In Afghanistan si paga – a distanza – l’errore degli errori dell’amministrazione Bush: la guerra in Iraq che ha di fatto scoperto il fronte afghano, lasciando alla guerriglia il tempo di riorganizzarsi e, in un effetto domino, ha innestato così la spirale di vittime civili – una macchia vergognosa sulle truppe occidentali, frutto in primo luogo di carenze miltiari in una guerra contro un nemico fantasma. Un’analisi questa ormai condivisa da moltissimi, incluso il neo-presidente.

Obama nel suo discorso della vittoria davanti ai duecentomila di Chicago ha rivolto un pensiero agli “americani coraggiosi” che rischiano la vita “per noi” nei deserti dell’Iraq e tra le montagne dell’Afghanistan. Obama non è un candidato pacifista all’europea, come qualcuno dalle nostre parti potrebbe credere, ma un presidente che dimostra di avere già pronta una strategia militare, in primis per l’Afghanistan, il fronte più caldo del mondo  dove la Nato e gli Usa si giocano tutto. E’ probabile che la accompagnerà con un massiccio impegno per la ricostruzione (fin’ora mancato – punto che ha già messo in evidenza durante la sua campagna elettorale), con una strategia diplomatica di nuovo multilateralismo e che sfrutterà il “fattore umano” – il carisma di un presidente dalla pelle scura che verrà percepito diversamente dal mondo arabo e dal Medio Oriente. Ma Obama da comandate in capo non ignorerà quel Paese nel Paese che sono le forze armate in America nè si rifiuterà di dispiegarle su vasta scala in quella che probabilmente non si chiamerà più “guerra al terrore”. Ed è così che in Afghanistan, il presidente sul quale il mondo ripone tante speranze di cambiamento giocherà una partita che andrà al di là del successo militare ma riproporrà di nuovo il tema cruciale della credibilità e dello spessore morale degli Stati Uniti nei confronti della comunità internazionale. I risulti di questa partita saranno indicati su una “lavagna” molto particolare: quella dove oggi si tiene la macabra contabilità delle vittime civili dei bombardamenti occidentali sul campo di battaglia afghano.

Tutti di diritti riservati © np 2009

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